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I MODI DI DIRE, PUBBLICATI IN CALCE AI POST RIGUARDANTI VENEZIA, SONO TRATTI DAL LIBRO "SENSA PELI SU LA LENGUA" DI GIANFRANCO SIEGA - ED. FILIPPI EDITORE VENEZIA O DA "CIO' ZIBALDONE VENEZIANO" DI GIUSEPPE CALO' - CORBO E FIORE EDITORI.
SPERO CHE GLI AUTORI APPREZZINO LA PUBBLICITA' GRATUITA E CHE IO NON SIA OBBLIGATO A SOSPENDERNE LA PUBLICAZIONE.
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I MIEI AMICI LETTORI

Visualizzazione post con etichetta Francesco Dandolo. Mostra tutti i post
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giovedì 23 febbraio 2017

52° DOGE - FRANCESCO DANDOLO (1329 - 1339)



Francesco Dandolo fu eletto, quale successore del Soranzo, in un agitato conclave, il 4 gennaio 1329.Già ambasciatore ad Avignone presso Clemente V dove con una umiliazione (lo si rappresenta carponi sotto il tavolo del Papa tanto da essere soprannominato "cane") riuscì a far togliere la scomunica a Venezia.
Era ancora ambasciatore presso Giovanni XXII, quando fu raggiunto dalla nomina mentre si trovava nelle Fiandre; rientrò subito a Venezia facendo un solenne ingresso, con a fianco la moglie Elisabetta Contarini, tra festeggiamenti finanziati dalle Consenterie delle Arti.
Fu il primo doge che si impegnò a dare consistenza all'entroterra veneziano perché il sorgere di potenti signorie a Verona e Padova cominciava a rendere critica la posizione della Repubblica. Il pericolo cominciò a farsi consistente con Cangrande della Scala, signore di Verona, che tra il 1327 ed il 1329 si era impadronito di Feltre, Belluno e Vicenza. Inoltre aveva spodestato da Padova Marsilio da Carrara pur mantenendolo come suo vicario ed aveva installato una dogana a Mestre minacciando gli interessi commerciali di Venezia.
Tuttavia alla morte di Cangrande e con l'avvento al potere del figlio Mastino II ,proprio nel 1329, i rapporti sembrava dovessero calmarsi visto che Mastino, nel 1326, era stato ascritto honoris causa al patriziato veneto.
Ma la situazione, al contrario, peggiorò perché egli occupò Parma e Brescia oltre ad arrivare in Toscana a prendersi Lucca. Si mostrava inoltre intenzionato a intralciare la navigazione fluviale contro Venezia tanto da avviare la costruzione di alcune saline a Petta di Bo, ai confini della laguna.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Nella primavera del 1336 si formava una coalizione tra Firenze, Perugia, Siena e Bologna alla quale aderì anche la Repubblica Veneta e la guerra cominciò il 28 maggio. Per evitare di ricorrere ai mercenari Venezia ricorse al sistema delle "cernide" cioè il reclutamento obbligatorio per tutti i cittadini abili alle armi compresi tra i 20 ed i 60 anni (adesso sappiamo chi ringraziare per i nostri 18 mesi di naia) organizzando un esercito di ben 40.000 uomini.
Gli scontri procedettero con alterna fortuna sul territorio scaligero e determinante fu l'ampliamento della coalizione alla quale si aggiunsero, nel corso del 1337, Azzo Visconti (signore di Milano), Obizzo d'Este (marchese di Ferrara) e Luigi Gonzaga (signore di Mantova) ai quali seguirono Carlo di Boemia e Giovanni di Carinzia.
Circondato da ogni parte, Mastino inviò il suo vicario, Marsilio da Carrara, per trattare con il doge ma il suo incaricato lo tradì concordando con Francesco Dandolo di consegnargli Padova per averne poi la signoria. Alla fine di luglio 1337 i veneziani entrarono in Padova consegnandola ai Carraresi che recuperarono anche Monselice, Este, Cittadella e Bassano. In cambio Venezia ricevette tutte le garanzie commerciali ed un'alleanza difensiva.
Mastino della Scala ricorre allora a Ludovico il Bavaro che si presenta con una delegazione al doge il quale con fermezza denuncia il comportamento dispotico degli Scaligeri tanto che Ludovico finisce per dargli ragione e restituire Mestre a nome dell'imperatore. Mentre Mastino si ritrova asseragliato a  Verona, il doge insedia a Treviso i suoi luogotenenti, Marco Foscarini e Jacopo Trevisan. Il 24 gennaio del 1339, nella basilica di San Marco fu stipulata la pace che confermava i possedimenti di Marsilio da Carrara e Venezia riprendeva Treviso. Firenze ottenne alcuni castelli ma non Lucca che restava al signore di Verona cosa che costituì l'inizio di accesi contrasti tra la città toscana e la Repubblica lagunare.
Il dogado di Francesco Dandolo volgeva al termine e Venezia cominciava ad insediarsi nel suo hinterland con punto d'appoggio nella marca trevigiana per l'espansione dei commerci veneziani.
Francesco Dandolo non ebbe solo questo merito perché in lui batteva un cuore d'artista anche se della sua dilettante attività letteraria non abbiamo una testimonianza diretta. Ce la ricorda unicamente un inventario delle cose da lui lasciate in eredità : una raccolta di circa venti manoscritti, una cronaca, un libretto di medicina, trattati di filosofia, di letteratura ed ascetica. Fu l'antesignano di quelle figure di signori letterati che l'Umanesimo avrebbe consolidato.
Morì il 31 ottobre 1339 e fu sepolto nella sala del Capitolo di Santa Maria dei Frari da dove fu rimosso durante l'occupazione napoleonica che soppresse i monasteri e fu trasferito nel museo del Seminario.

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Per questa volta tralascio i modi di dire (vedo già le lacrime che salgono ai vostri occhi - lol) per chiarire una cosa sui dogi. Ho tratto lo spunto dal blog di Walter Fano (L'altra Venezia) che vi invito ad andare a trovare cliccando sul titolo del blog.
Il mio è solo un riassunto.
Nessun doge di Venezia (e nessun'altra carica pubblica) era retribuito, al contrario dei nostri attuali responsabili pagati profumatamente). Viveva sui propri denari considerando l'incarico come un onore ed un dovere.
Inoltre:
- versava i contributi allo Stato come ogni altro nobile
- non poteva essere omaggiato con il bacio della mano o con la genuflessione
-  non poteva avere statue a lui dedicate
- ogni sua decisione veniva controllata dalla Signoria
- non poteva accrescere i poteri che gli erano conferiti
- non poteva spedire autonomamente lettere di Stato o riceverne
- non poteva fare donazioni o riceverne se non all'interno della propria famiglia
- doveva abbandonare ogni interesse mercantile ed economico personale
- non poteva influenzare le nomine delle varie magistrature

Quindi una specie di recluso nel Palazzo Ducale.

(il post di Walter è stato tratto dal libro di Alberto Toso Fei : "Forse tutti non sanno che a Venezia ..."

mercoledì 8 febbraio 2017

51° DOGE - GIOVANNI SORANZO (1312-1328)


Il conclave che elesse il successore di Marino Zorzi fu breve. Il 13 luglio 1312 fu nominato doge Giovanni Soranzo. Nato nel 1240 aveva un glorioso passato militare come generale nella guerra di Ferrara e fu ammiraglio contro i genovesi a Caffa oltre ad essere podestà a Chioggia e Ferrara contribuendo a reprimere le congiure verificatesi dopo la "serrata" del Maggior Consiglio.
Fu sufficiente un anno perché arrivasse alla pace con il Papa Clemente V, anche se, forse, fu più merito del suo ambasciatore ad Avignone nel 1313, Francesco Dandolo, se fu tolta la scomunica.
A seguito di questo fatto tutto cambiò. Rispetto per la città, le città dell'Istria e della Dalmazia rinnovarono l'obbedienza. Inoltre la città concluse una serie di trattati con il duca di Bramante, l'imperatore di Tebriz ed il conte di Fiandra e Bruges.
La città si arricchiva di nuove industrie e numerosi artigiani trovavano nella laguna  un ambiente adatto a sviluppare la loro attività. Aumentava il numero degli abitanti e si dovette realizzare un ampliamento della cinta urbana con imbonimento di barene, naturalmente il tutto soggetto all'idonea protezione delle sponde e sotto il controllo dei "capi-sestiere" (ricordo che Venezia è divisa in sestieri e non in quartieri).
L'avvenimento che diede più lustro al dogado di Soranzo fu il dono personale che ricevette dal re di Sicilia, Federico d'Aragona, nel 1316 : un leone ed una leonessa, simboli viventi della Repubblica veneta (eccezione sulla proibizione legale che il doge potesse ricevere doni personali). Furono sistemati in una stanza al pianoterra del Palazzo Ducale trasformata in gabbia. Vennero alla luce tre leoncini ed il lieto evento fu considerato di buon auspicio. Un leoncino fu regalato dal doge a Cangrande della Scala, signore di Verona che a quel momento non costituiva un pericolo.
Giovanni Soranzo fu onorato anche dalla visita di Dante Alighieri quale ambasciatore di Guido Novello da Polenta.
Si racconta che il poeta fu invitato dal doge ad una cena a base di pesce. Tutti quelli che lo precedevano a tavola sceglievano dei grossi pesci (penso che ancora oggi sia così) e quando il piatto arrivò a Dante restavano solo i più piccoli. Dante ne prese uno e se lo mise all'orecchio. Il doge, naturalmente, gli chiese cosa volesse significare e la risposta fu : " Mio padre è morto in questi mari e chiedo al pesce delle notizie sul genitore. Mi dice che lui ed i suoi compagni sono troppo giovani e non si ricordano , ma che qui ce ne sono di vecchi e grandi che sapranno sicuramente darmi delle novelle". Il doge gli fece inviare immediatamente un grande pesce.
Solo un mese dopo, Dante morì a Ravenna a quanto pare di febbre malariche. Cercate, se possibile, di non vedere un nesso.
I problemi il doge li ebbe in modo particolare dai suoi familiari a cominciare dalla moglie, Francesca Molin, che accettò doni (malgrado la Promissione ducale) cosa che provocò l'intervento dei "correttori" per ricordarle i suoi doveri. La pecora nera della famiglia fu, suo malgrado, la figlia Soranza che aveva sposato Nicolò Querini, detto "el zoto" - lo zoppo (pronunciare "el soto") complice della congiura del 1310. Ritornò a Venezia dall'esilio contro la sentenza del Consiglio dei dieci (confidando nell'autorità del padre) ma fu condannata alla reclusione perpetua in una casetta vicino all'ospizio di Santa Maria delle Vergini. Non ottenne mai la libertà pur avendo la concessione di visitare il padre ammalato.
Il doge morì, con questa amarezza nel cuore, il 31 dicembre del 1328 e fu sepolto in un'urna nel battistero di San Marco.

MODI DI DIRE

Aver più corni de un sesto de bovoi
(Avere più corna di un cesto di lumachine)

Il detto, dal chiaro significato, è fondato sull'erronea convinzione che i tentacoli delle lumachine, alle cui estremità si trovano gli occhi, siano delle corna.

PS - Barzelletta che accompagna quanto sopra :
Cena a casa di un grande signore il quale, naturalmente viene servito per primo e prende il pesce più grande. La moglie, alla sua destra gli dice : "Vergognati avresti dovuto prendere il più piccolo". Nel frattempo il cameriere aveva fatto il giro della tavola (verso la sinistra) con il vassoio ed il marito: "Cosa avresti fatto tu ? " E la moglie : "Avrei preso il più piccolo". Il marito " Guarda ti sta arrivando".