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I MODI DI DIRE, PUBBLICATI IN CALCE AI POST RIGUARDANTI VENEZIA, SONO TRATTI DAL LIBRO "SENSA PELI SU LA LENGUA" DI GIANFRANCO SIEGA - ED. FILIPPI EDITORE VENEZIA O DA "CIO' ZIBALDONE VENEZIANO" DI GIUSEPPE CALO' - CORBO E FIORE EDITORI.
SPERO CHE GLI AUTORI APPREZZINO LA PUBBLICITA' GRATUITA E CHE IO NON SIA OBBLIGATO A SOSPENDERNE LA PUBLICAZIONE.
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I MIEI AMICI LETTORI

giovedì 4 maggio 2017

54° DOGE - ANDREA DANDOLO ( 1343 - 1354)


Ci vollero ben sei scrutini per eleggere, il 4 gennaio del 1343, il successore di Bartolomeo Gradenigo, il giovane Andrea Dandolo che era in ballottaggio con Marino Falier, più anziano ed anche più esperto.
Andrea era nato il 3 maggio 1306 ed apparteneva al ramo dei Dandolo che si erano staccati dal grand Enrico verso la fine del secolo XI. Studente all'Università di Padova nelle scienze giuridiche, non aveva raggiunto la laurea dedicandosi invece  alla carriera politica ottenendo la carica di  Procuratore di San Marco nel 1331. Due anni dopo lo troviamo a Trieste a fare pratica presso il podestà Giovanni Vigonza anche investito dal vescovo in un vasto feudo a Pirano in Istria. Fu poi più volte eletto "Savio" con diversi incarichi ed infine correttore della Promissione ducale. Un corso piuttosto ricco che gli consentì di bruciare le tappe divenendo doge a soli 37 anni. Per il suo spirito amabile e affascinante, fu soprannominato il "cortesan". Vantava un'amicizia con Francesco Petrarca ed era lui stesso scrittore. Avrebbe lasciato un manuale pratico di statuti ed i libri Albus e Blancus contenenti 320 atti diplomatici, oltre a due cronache. Una breve che termina con il dogado di Bartolomeo Gradenigo ed una lunga che arriva fino a Jacopo Contarini; malgrado le imperfezioni presentano una delle fonti principali delle origini veneziane.
All'inizio tutto comincia bene : una crociata indetta da Clemente VI contro i turchi (1343) vide i veneziani ed i genovesi (una volta tanto insieme) conquistare Smirne, porto di grande importanza commerciale e strategica in Anatolia. Il Papa concesse quindi l'abolizione del divieto di commerciare con i mussulmani e questo faceva comodo a Venezia che nel frattempo aveva anche stipulato un trattato con l'imperatore dei Tartari Zanibek. Oggi sembra una piccola cosa ma, a quel tempo, il prezzo di mercato delle cartelle relative ai prestiti di Stato raggiunse il 100% del prezzo di emissione e nel 1334 lo superò ampiamente.
Immancabile, quindi, l'aumento del benessere galoppante ma causa anche di un aumento della corruzione e di bravate da parte della gioventù. In una notte del 1344 Paolo Steno di S. Geremia entra nella stanza di Saray, figlia di Pietro Falier e la violenta mentre due servi del padre (Zanino e Beta) la tengono ferma. Il giovane nobile ha solo un anno di carcere e trecento lire di ammenda, Zanino viene bandito e Beta (tedesca di nascita) riesce a fuggire. Viene condannata, in contumacia, al taglio del naso e delle labbra. Lo Steno riparò il fatto con lo sposare la fanciulla ma l'atto confermava il malcostume dilagante. Gli stupri furono talmente tanti che furono fondati degli ospizi per le vittime da parte dei frati francescani vicino a San Francesco della Vigna ed al Monastero della Celestia oggi chiamato della Pietà.
Andrea Dandolo cerca dui porre rimedio all'andazzo di dissolutezza e viene quindi costituita una commissione di Savi che compili una serie di nuove leggi per il mantenimento dell'ordine pubblico e morale. Per il furto e lo stupro è previsto l'esilio, connesso ad una serie di pene corporali che vanno dalla fustigazione al marchio con ferro rovente sulla spalla, dal taglio del naso e delle labbra all'estirpazione degli occhi; per i falsari c'è il rogo. Questa severità non frenerà comunque la corruzione dilagante perché il marcio è anche nel "manico".
Per la festa dell'Ascensione del 1347 giunge a Venezia isabella Fieschi, moglie di Luchino Visconti, signore di Milano: è una donna bellissima ed "il conte di virtù" intrecciaa una relazione con colei "che aveva le grazie del cormo e dello spirito". Il Molmenti, per salvare il doge, scarica tutte le colpe su Isabella "poco onesta, donna lasciva e iniziatrice della tresca che fece dimenticare al doge gli austeri doveri del suo uffizio". E' uno scandalo e la dogaressa, Francesca Morosini, cerca di ignorarlo, resta nobilmente al suo posto ma ne è ferita nell'intimo ed a tal punto che nel testamento scrive di non voler essere sepellita con il marito. Naturalmente si cominciò a parlare di "castigo di Dio" quando, dopo un grave terremoto, il 25 gennaio 1348, che fa crollare antiche torri, nel marzo dello stesso anno arriva la "peste nera". Il terrore nella popolazione era tale che che nessuno avvicinava altre persone anche all'interno delle stesse famiglie. Il governo si impegnò al massimo per evitare il diffondersi dell'epidemia con la nomina di medici e mettendo in funzione per i colpiti dal morbo degli ospizi già esistenti per i lebbrosi. In ogni caso perì 3/4 della popolazione, anche perché si ebbero degli strascichi sino al 1350.
La situazione politica estera creò nel frattempo rinnovati impegni militari. Prima dell'epidemia il doge era riuscito a sconfiggere l'ennesima ribellione di Zara grazie a Marino Falier, futuro doge dal triste destino, che con soli 600 uomini riuscì a stroncare la rivolta provocando 7.000 morti.
Più tardi risorse il contrasto con Genova e, per premunirsi, Venezia si era alleata nel 1350 con Pietro d'Aragona che aveva delle mire sulla Sardegna e con l'imperatore Giovanni Catecuzemo che voleva liberarsi dei mercanti genovesi a favore di Venezia considerandola più adatta alla difesa contro i turchi. Quello stesso anno una squadra di galee veneziane al comando di Marco Ruffini ebbe la meglio su una piccola flotta condotta da Filippo Doria il cui torto era di aver distrutto alcune galee della Repubblica lagunare all'ancora nel porto di Candia.
Invano il Petrarca, che si trova in quel momento a Carrara, inviava all'amico doge un accorato appello, implorandolo di evitare lo scontro tra le due repubbliche marinare perché, dopo la cattura di alcune navi veneziane a Coffa, si ebbe uno scontro in piena regola nel Bosforo il 13 febbraio1353 a favore dei Genovesi, ma i Veneziani si rifecero con una vittoria presso Alghero il 25 agosto dello stesso anno. Per Genova fu un disastro e non ebbe più i mezzi per continuare la guerra da sola. Chiese quindi aiuto a Giovanni Visconti, signore di Milano. Venezia si alleava a sua volta con gli Scaligeri e gli Estensi. L'Italia settentrionale si trasformò in un teatro di guerra totale.
Nell'inverno del 1353 Francesco Petrarca arriva a Venezia come ambasciatore dei Visconti. Ricevuto con tutti gli onori, non si sa bene cosa abbia detto al doge ed ai nobili del Maggior Consiglio ma Andrea Dandolo mise in dubbio l'imparzialità del poeta che rinunciò al suo incarico. Infatti, in una corrispondenza posteriore con il Petrarca, il Dandolo, anche se garbatamente, non ritiene molto sincere le parole dell'illustre mediatore.
Il problema fu che questo rifiuto di discutere fu deleterio per Venezia. I Genovesi, con l'aiuto dei Visconti, si erano riorganizzati e la loro flotta al comando di Paganino Doria risalì addirittura l'Adriatico saccheggiando Curzola, Lesino e Parenzo. Il 4 novembre i Genovesi riportarono una grande vittoria nel mare Egeocontro la flotta veneziana guidata da Nicolò Pisani. Un disastro totale per la Repubblica Veneta.
Andrea Dandolo divenne quindi impopolare e, demoralizzato, muore di crepacuore (come si chiamava a quel tempo) il 7 settembre 1354. Fu sepolto nella cappella del battistero di San Marco in un sontuoso sarcofago gotico con la statua che lo raffigura in un atteggiamento mistico in contrasto con quella che fu la sua vera vita dedicata agli aspetti materiali.

Se avete avuto il coraggio di arrivare fino a qui, penso che leggere un modo di dire non vi sia pesante e quindi lo pubblico.


Da tanto vin che 'l beve, el gà la gripola su e buèe
(da tanto vino che beve, egli ha la "gripola" sulle budella)

Nel dizionario del Boerio, alla voce "Gripola" si legge : "Crosta che fa il vino sulle pareti interne della botte da cui si ricava, macinandola, il cremor di tartaro (un lievito naturale).

10 commenti:

  1. Caro Elio, certo che come storia di tutti i Doge sei veramente bravo. Complimenti.
    Ciao e buona serata con un forte abbraccio e un sorriso:-)
    Tomaso

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    1. Tomaso, non è tutta farina del mio sacco. Ho un vecchio libro dove c'è la storia dei 120 dogi (come vedi ho ancora del tempo per arrivare alla fine). L'unica cosa che faccio è di mettere il post in un italiano più moderno. Ricambio l'abbraccio ed il sorriso.

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  2. Complimenti, sempre affreschi di Storia interessanti

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    1. Grazie Daniele spero ti interessaranno anche i prossimi. Siamo a poco più di un terzo. Buon fine settimana.

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  3. Bellissima e piacevole lettura Elio!
    Un abbraccio!

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    1. Grazie Benedetta. Ricambio l'abbraccio.

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  4. La lettura è interessante ,ma piacevole , mica tanto....Sono sempre in guerra ,
    un grande terremoto , la peste nera ,gli stupri e gli intrallazzi e forse altro.
    Comunque , la storia dei Dogi e di Venezia mi appassiona . Grazie Elio .L.A.

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    1. Ciao Laura a quei tempi non è che nel resto della futura Italia andasse molto meglio e quindi personalmente non commento, come avrai notato anche nei precedenti post riguardanti i dogi. Naturalmente sono d'accordo sul fatto che a Venezia fosse un po' troppo spinta la cosa, come vedrai in un prossimo post. Ti garantisco che quando ero giovane le cose non erano le stesse. Un abbraccio a voi tutti.

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  5. pensa che per diversi ani ho abitato in via andrea dandolo ma non sapevo chi fosse, che divertente la storia con Isabella freschi

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    1. Ciao Carmine, la storia ha dei corsi e dei ricorsi. Anche oggi i "potenti" possono soddisfare le loro voglie senza essere troppo indagati. Questo vale, naturalmente per tutte le nazioni. Spero ti piaceranno pure i prossimi post sui dogi anche se non hanno il nome della via dove hai abitato (ha, ha, ha).
      Un amichevole abbraccio e buona domenica.

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